Come difendere e tutelare il Coaching

Quando ancora mi stavo timidamente affacciando al mondo del coaching, non sapevo cosa fosse ICF, ovvero International Coach Federation.

L’inizio di un’ esperienza chiamata coaching

Ero convinta, in primis, di volere intraprendere un percorso di studi per un’ esperienza personale, non avevo programmi sul futuro e soprattutto non potevo sapere se questo sarebbe diventato un lavoro.

Ricordo che all’epoca ho investito diverso tempo ed energie a navigare sul web alla ricerca di quella che sarebbe stata la scuola “giusta”: siti da visionare, programmi da leggere, calendario delle lezioni, costi da comparare…diversi elementi da valutare.

Mi sono servita anche di tanto networking (arma sempre valida ed efficace!): ho chiesto a diverse persone “addette ai lavori” un loro parere sulle migliori scuole che il mercato poteva offrire.  Sapevo che indipendentemente dal prestigio della scuola, la scelta in qualche modo doveva “risuonare” a me, Monia, in quel preciso momento della vita.

Nulla andava lasciato al caso, soprattutto per una persona pignola e organizzatrice come me!

La scuola che scelsi, quella della straordinaria Marina Osnaghi, era una scuola ICF.

Da lì ho cominciato ad entrare più addentro in questo mondo e a capirne le dinamiche.

Perchè è importante un’associazione di riferimento

Ho avuto modo di capire esattamente cos’è ICF, quali i valori portanti e quali vantaggi potevo trarne dall’essere non solo una coach ma una coach ICF.

Ad oggi, purtroppo, la categoria professionale dei coach non rientra in alcun albo professionale  e questo fa sì che non vi siano regole precise e chiare che definiscano gli elementi caratterizzanti e distintivi di questa professione.

Facile immaginare che si propaghi molta confusione sia all’interno della nostra categoria che all’esterno, fino a raggiugere i poveri clienti ignari. Dove generalmente regna la confusione e la poca chiarezza tutti si arrogano epiteti e titoli anche in maniera randomica.

Perchè ICF

  • In ICF ho trovato un codice etico e 11 competenze chiave che mettono “i paletti” su cosa è previsto che sappia fare un coach preparato e come deve essere strutturata la partnership con il coachee.
  • In ICF ho trovato esami e certificazioni che attestano expertise e seniority.
  • In ICF ho trovato formazione continua per mantenersi sempre aggiornati. Fondamentale!
  • In ICF ho trovato colleghi ed amici con cui scambiarsi sessioni, dubbi, feedback,  impressioni.
  • In ICF ho trovato “qualcuno che sta più in alto di me” e possa tutelare e promuovere e divulgare la mia professione tra potenziali clienti o colleghi e tra coloro che si spacciano per coach e in realtà non lo sono.

Mai come in quest’ultimo periodo ho avvertito la necessità di difendere la mia professionalità da coloro che “emulano” la professione del coach e differenziarla da coloro i quali appartengono ad un’altra categoria professionale.

Se non è chiaro a noi coach quali sono i nostri ambiti di intervento, cosa è sotto la nostra “giurisdizione” e cosa è opportuno delegare ad altri, è impossibile trasmettere chiarezza al nostro cliente, che continuerà a pensare che il coach sia qualcuno che ti da il prodotto giusto per sistemare i capelli o che è colui che ti risolve i problemi e ti trova il lavoro.

Risultato: malcontento, disaffezione, mancanza di fiducia, pubblicità negativa.

Il confronto con altri professionisti: il progetto pilota

In questi anni ho capito quanto sia importante il confronto con altri professionisti che lavorano nell’ambito delle “relazioni di aiuto” per collaborare, confrontarsi e condividere dubbi e consigli.

Se non conosco come lavora uno psicologo o un counselor come faccio a capire se il mio coachee può avere bisogno di quel tipo di supporto?

All’interno di Sloworking, l’associazione del vimercatese di cui faccio parte da alcuni anni, abbiamo lanciato proprio in queste settimane un “progetto pilota”: tutti i professionisti delle cosiddette “relazioni di aiuto” presenti in associazione potranno usufruire di incontri periodici a cadenza mensile per confrontarsi su temi o casi specifici, illustrare ai colleghi il proprio modo di operare, dare supporto o chiederlo.

L’obiettivo: fare rete, accrescere le singole professionalità, offrire un servizio di alta qualità al nostro cliente.

Il Cliente come Persona

Ogni persona è un essere umano e non può essere trattata a “compartimenti stagni”: è dovere di ogni professionista andare al di là del proprio orticello e considerare il Ben-Essere del proprio cliente a 360°.

Nei prossimi mesi vi aggiornerò sull’andamento di questo esperimento e sui risultati positivi che spero porterà!

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