Il coaching a supporto del workaholism

In Italia, come in molti altri Paesi europei, ci si sta sempre più rendendo conto dei rischi legati al “lavorare troppo“. Questo fenomeno, in netto aumento, è chiamato workaholism.

Con questo termine, preso a prestito dalla lingua inglese, si definisce l’eccessivo attaccamento al lavoro, caratterizzato da molte ore trascorse a lavorare.  La letteratura definisce i workaholic i maniaci del lavoro.

Attenzione però , è bene non generalizzare ed avere ben chiaro che si può lavorare più del necessario per diversi motivi: per guadagnare di più, per mantenere il post di lavoro, per ottenere un avanzamento di carriera, perché viene richiesto dall’azienda.

Tutte le situazioni sopra citate hanno una motivazione razionale che porta la persona a lavorare tanto per raggiungere un obiettivo. In questi casi quindi vi sono senza dubbio anche aspetti positivi legati a questa condizione, come l’entusiasmo, la soddisfazione, la carriera. Queste stesse persone, pur dedicando gran parte delle loro giornate al lavoro, sanno comunque mantenere un bilanciamento con ciò che è “altro” dal lavoro, come la vita privata, le relazioni sociali, gli hobbies ecc…

Il workaholism: caratteristiche

Il workaholism con accezione negativa, invece, vede la persona dedicarsi completamente al lavoro, pur non provando alcuna gioia o soddisfazione, quasi vi fosse dentro di sé un motore automatico, una sorta di costrizione interna incontrollabile.

Il “lavorare tanto” è una autoimposizione, a volte per compensare la paura di inadeguatezze personali in altri campi, oppure una via di fuga per evitare insuccessi, delusioni o responsabilità poco gradite.

Sebbene il workaholism ad oggi non sia incluso all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, esso condivide i criteri con cui si definisce una dipendenza.

Ecco alcune caratteristiche distintive dei workaholic:

Indaffarati, non delegano compiti, sono perfezionisti, credono che il loro modo di comportarsi sia in assoluto il migliore, sono ossessionati dal lavoro (rimuginano sempre), pretendono di tenere sotto controllo tutto, sono impulsivi, evitano le pause (anche se si sentono stanchi), non chiedono permessi e stanno alla larga dalle ferie.

Tutto ciò viene letto come l’incapacità di staccarsi dal lavoro. La stanchezza che viene accumulata, a lungo andare, si fa sentire ed ecco che subentrano difficoltà nelle relazioni interpersonali, irritabilità, senso di inadeguatezza, disinteresse per la propria psicofisica.

E’ facile quindi pensare che tutto ciò abbia ripercussioni oltre che sul singolo, anche sull’organizzazione stessa e sulla rete di relazioni in cui la persona è inserita.

Dal punto di vista personale i principali esiti negativi consistono nell’aumento del burn out, in una riduzione dell’appagamento della vita in generale, nel peggioramento delle condizioni psicofisiche e dell’equilibrio emotivo.

I moderni ritmi lavorativi e le modalità di lavoro a disposizione (smartphone, tablet) tendono a destrutturare completamente luoghi e tempi dedicati al lavoro, con una commistione tra vita professionale e privata. Tutto ciò rende difficile “staccare” la spina quando ne abbiamo bisogno.

Molto spesso gli stessi contesti lavorativi, in cui la competizione e l’ansia da performance la fanno da padroni, vanno a stimolare e intensificare certi atteggiamenti che insidiano chi chiaramente in qualche misura ne è predisposto.

Se in famiglia il modello era il superlavoro è probabile tendere a imitarlo; anche tratti del carattere come la scarsa autostima, il perfezionismo, l’ostinazione, la tendenza alla compulsività e la rigidità possono favorire gli eccessi.

Cosa può fare il coaching

In qualità di job coach credo fermamente  che sia importante andare a lavorare su un duplice fronte: quello delle organizzazioni per sensibilizzare la Dirigenza e i Manager a questo problema sociale che, inevitabilmente, ha anche delle ripercussioni sociali; quello del singolo lavoratore.

La persona può scegliere un percorso di coaching seguendo due possibili itinerari:

  • affrontare la situazione contingente, riscoprendo la cura di sè e di ciò che rende felici ( attraverso la pratica della gratitudine, il decluttering, la semplificazione e l’armonia) e andando quindi a stabilire i più corretti equilibri funzionali
  • esplorare nuovi percorsi professionali più adeguati, attraverso la scoperta o ri-scoperta dei propri talenti.

Vuoi iniziare fin da subito? Ecco qualche consiglio da mettere in pratica.

Al mattino e alla sera dedica più tempo alla cura della tua persona: scegli con cura l’outfit della giornata, soffermati e apprezza i tuoi rituali di bellezza, fai colazione con calma, se sei solita praticare un po’ di meditazione è il momento di riprendere.

Impara a delegare: chiedi al tuo compagno/a di occuparsi della spesa; ai nonni di andare a prendere i bambini a scuola. Non sei riuscito/a a fare tutto quello che volevi? Pazienza, riprogramma per i prossimi giorni.

Schedula di uscire dall’ufficio non oltre le 18 almeno un giorno della settimana: fissalo in agenda e mettiti l’allarme sullo smartphone. E dopo cosa fare? Scegli tu cosa ti fa piacere fare!

Prova a dire “no” a qualcosa o a qualcuno, o almeno, tenta di negoziare. Che effetto fa? Come ti senti?

Se hai deciso di mettere in pratica questi suggerimenti e vuoi farmi sapere come è andata, sarò lieta di dedicarti del tempo.

Scrivi a monia@moniacosenza.it

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